Intervista esclusiva a Marco Casiraghi

“La vittoria di Stefano alla Centomiglia del Lario: la conferma che sapeva realizzare i suoi progetti“

La vittoria nella Centomiglia del Lario del 1986, il Lago di Como come scuola, l’incontro con Tullio Abbate, la capacità di costruire relazioni e progetti. Marco Casiraghi racconta il fratello Stefano e un legame con Como che attraversa generazioni. Una storia che parte dalla velocità e arriva fino alle nuove frontiere della nautica sostenibile.

“Stefano aveva una qualità: trasformava i sogni in progetti e poi li realizzava”

IL LAGO DI COMO PRIMA DI TUTTO

Buongiorno, ingegner Casiraghi, e grazie per aver voluto offrire, attraverso la sua testimonianza, un contributo così autorevole alle celebrazioni del quarantesimo anniversario della vittoria di suo fratello Stefano alla Centomiglia del Lario del 1986.

Quella vittoria rappresenta uno dei momenti più iconici nella lunga storia della competizione ed è giusto che venga ricordata con l’attenzione e il rispetto che merita. Sono quindi particolarmente lieto di poter raccogliere il suo punto di vista e affidare anche alle sue parole il racconto di ciò che quell’impresa rappresentò per Stefano, per la vostra famiglia e per il percorso sportivo e umano che sarebbe seguito.

Partirei proprio da lui, prima ancora che dal pilota e dal personaggio pubblico: chi era suo fratello Stefano?

Un giovane molto intraprendente. All’irrequietezza della gioventù riusciva ad abbinare intelligenza e una grandissima determinazione nel realizzare le cose. Quello che pensava, progettava o sognava cercava poi concretamente di portarlo a termine. Questa credo sia stata una delle sue caratteristiche principali: la capacità di trasformare le idee in qualcosa di reale.

Una vita molto breve, ma estremamente intensa e piena di realizzazioni. E una cosa che mi colpisce ancora oggi è vedere quante relazioni costruite da Stefano siano sopravvissute al tempo. Aveva creato rapporti personali solidi, attività e progetti che sono continuati. A Monaco molte di quelle esperienze sono proseguite con me e poi con i suoi figli, Pierre e Andrea. Quando, a quasi quarant’anni di distanza, qualcosa continua a vivere, significa che una traccia è stata realmente lasciata.

Da dove nasce la vostra passione per l’acqua?

Il Lago di Como è stato fondamentale. Mio padre aveva un Super Aquarama Riva a Menaggio, che durante l’estate portavamo anche a Santa Margherita Ligure. Io ho preso la patente molto giovane e circa quaranta giorni dopo quella automobilistica avevo già anche la patente nautica. Questo fa capire quanto per noi la nautica a e l’acqua fossero naturali.

Io e Stefano abbiamo trascorso moltissime ore sul lago. Avevamo dodici anni di differenza, ma abbiamo condiviso questa passione dalla giovinezza, grazie ad una passione di famiglia che continua a tramandarsi nella nautica.

L’inizio di Stefano sul Lago di Como e la sua passione continuano oggi con Pierre, che quest’anno ha vinto la prestigiosa Admiral’s Cup, e con mio figlio Gianmarco, progettista e test pilot degli hydrofoil della E1.

Il lago, prima ancora delle competizioni, era una scuola. Significava conoscere l’acqua, le onde, il vento, capire una barca e imparare a prevederne le reazioni. Io stesso ho portato poi quel Super Aquarama molto lontano, lungo le coste italiane e attraverso il Mediterraneo. Per Stefano, invece, quella familiarità con l’acqua troverà presto un’altra strada: la competizione.

E qui entra Tullio Abbate.

Certamente. Tullio è stato fondamentale per gli inizi di Stefano nella motonautica. Gli ha permesso di compiere quel primo percorso e di entrare realmente nel mondo delle corse.

LA CENTOMIGLIA DEL LARIO: LA PROVA DELLA SUA CAPACITÀ

Sul Lago di Como la motonautica non era semplicemente uno sport. Cantieri, motoristi, progettisti, piloti e artigiani hanno trasformato il Lario in laboratorio e fucina di talenti. Lo Yacht Club Como M.I.La. – C.V.C. ne era uno dei grandi punti di riferimento agonistici e la Centomiglia del Lario rappresentava la sublimazione di quella cultura: un autentico Palio del lago, capace allo stesso tempo di attirare i migliori piloti internazionali.

Che cosa rappresentava la Centomiglia per Stefano?

Era una vittoria che contava moltissimo. Nella motonautica italiana era sicuramente la gara più importante e aveva un valore internazionale molto forte. Vincere la Centomiglia significava ottenere una grande gratificazione come pilota, proprio perché era una competizione estremamente complessa.

Per Stefano quella vittoria fu anche un trampolino di lancio. Gli diede una visibilità internazionale importante e gli consentì poi di affrontare l’offshore e di dimostrare nuovamente le proprie capacità in giro per il mondo, dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna e in molte altre competizioni.

In famiglia come viveste quella vittoria del 1986?

Eravamo molto felici, naturalmente. Ma non soltanto per il risultato sportivo. Quella vittoria dimostrava la sua capacità di prepararsi, prevedere, avere una visione e poi riuscire a metterla in pratica.

Aveva ventisei anni. Credo provasse soprattutto la soddisfazione di avere concretizzato qualcosa che aveva progettato. Aveva portato a termine un’impresa che molti altri, magari con più esperienza o più mezzi, non erano riusciti a realizzare.

Se devo ricordare qualcosa di quel momento, penso proprio alla soddisfazione di avere dato una prova delle proprie capacità.

La Centomiglia era esattamente questo: una prova. Non una corsa nella quale bastava essere veloci. Sul Lario un pilota doveva affrontare vento, onde, ritorni d’acqua, secche, traffico, mezzi dalle caratteristiche profondamente diverse e situazioni capaci di cambiare rapidamente.

E soprattutto non poteva vincere da solo.

Dietro una barca ci sono uomini che disegnano uno scafo, altri che lo costruiscono, chi sceglie e prepara il motore, chi conosce ogni centimetro dell’opera viva e dell’opera morta, chi interpreta la sensibilità del pilota e traduce quelle indicazioni nell’assetto migliore. Poi, in acqua, rimangono la manetta, cioè la gestione della potenza, e il trim, la regolazione dell’assetto della barca.

Stefano doveva riuscire a far lavorare insieme tutto questo.

COMO, UNA MENTALITÀ CHE SI PORTA NEL MONDO

Che cosa si portò Stefano da Como nelle sue esperienze internazionali?

Il ruolo del Lago di Como fu determinante. Ma non soltanto dal punto di vista della motonautica. Credo ci fosse anche una questione di mentalità: capacità di lavorare, imprenditorialità, creatività. E naturalmente, dal punto di vista sportivo, la possibilità di avere accanto persone come Tullio Abbate e tutte le esperienze fatte sull’acqua.

Como permetteva di entrare in contatto con la motonautica in un luogo che è la culla di questo sport ha una storia straordinaria. Il lago ha saputo costruirla, consolidarla e portarla avanti in uno scenario unico al mondo, tra ville, alberghi, paesi, fascino e stile.

È una storia che si respira di borgo in borgo.

Questa è forse una delle chiavi per comprendere Stefano Casiraghi oltre il personaggio pubblico. Nel 1986 era già il marito di Carolina di Monaco e un giovane padre. Ma sul lago tornava a misurarsi con qualcosa che non concedeva privilegi: la capacità di guidare, scegliere, preparare un mezzo e conquistarsi il risultato.

Quella determinazione si vedeva anche fuori dalle gare?

Assolutamente. Stefano era capace di trasformare le passioni in progetti. È accaduto anche con gli elicotteri. Abbiamo avviato un’attività imprenditoriale anche in quel settore, prima attraverso la rappresentanza Agusta e poi Leonardo in Costa Azzurra e successivamente con attività legate al noleggio, con MonacAir.

Quella passione si è trasformata in un’attività imprenditoriale e continua ancora oggi. Anche in questo settore stiamo guardando alle nuove tecnologie e al volo elettrico.

È un altro esempio di qualcosa che nasceva da un interesse personale e diventava poi progetto, lavoro, impresa.

Il matrimonio con Carolina cambiò profondamente la sua vita?

Naturalmente. Fu un cambiamento fondamentale, che credo abbia saputo affrontare molto bene. La sua vita divenne molto diversa e molto più esposta, ma continuò a mantenere quella voglia di fare, di costruire, di misurarsi con nuove sfide.

Poi arrivò quell’incidente, inaspettato, proprio nella gara di casa a Montecarlo. Già in quel periodo c’erano molte pressioni perché smettesse di correre. È un pensiero inevitabilmente doloroso.

Ma quando guardo indietro vedo soprattutto ciò che è rimasto. Molte cose iniziate allora esistono ancora oggi. E quarant’anni, quando ci si volta indietro, sembrano passati incredibilmente in fretta.

DALLA PERFORMANCE ALL’EFFICIENZA

Quella cultura comasca della motonautica aveva un’ossessione: migliorare. Scafi, eliche, motori, distribuzione dei pesi, materiali. Ogni edizione della Centomiglia diventava una verifica del lavoro svolto durante l’anno. La performance era il metro di giudizio, ma proprio la competizione ha spesso accelerato innovazioni destinate poi alla nautica di tutti i giorni.

Oggi quella ricerca si chiama anche sostenibilità?

Certamente. Le competizioni hanno sempre avuto come driver l’aumento della prestazione e molte innovazioni nate nel motorsport sono successivamente entrate nell’utilizzo quotidiano. È successo nell’automobile e accade anche nella nautica.

Pensiamo all’evoluzione dei motori. Il passaggio dal due tempi al quattro tempi ha già comportato grandi miglioramenti nell’efficienza e nell’impatto ambientale. Oggi c’è l’elettrico e i progressi sono molto rapidi. In determinati contesti la navigazione elettrica sta diventando sostenibile anche economicamente. Il costo delle batterie, per esempio, si è ridotto enormemente.

Rimane naturalmente il tema delle infrastrutture e della disponibilità di energia nei punti di ricarica. Però è cambiata anche la sensibilità dell’opinione pubblica e questo accelera ulteriormente il processo.

È questa l’idea alla base del Monaco Energy Boat Challenge?

Uno degli obiettivi è mettere in relazione università, ricerca e cantieristica. Soprattutto i cantieri più piccoli possono avere difficoltà a trasferire rapidamente nuove tecnologie nei propri prodotti.

Oggi il progetto coinvolge centinaia di giovani ingegneri e squadre provenienti da tutto il mondo. È una maniera per avvicinare mondi che devono parlarsi sempre di più.

Ed è difficile non vedere un filo che riporta ancora al Lago di Como: ieri la ricerca della velocità attraverso cantieri, progettisti e motoristi; oggi la ricerca di efficienza, nuove energie e sostenibilità.

Che cosa significa sapere che Como e la Centomiglia del Lario ricordano ancora Stefano?

Fa molto piacere. La Centomiglia è stata un momento fondamentale della sua vita ed è bello che Stefano venga ricordato per quello che ha fatto.

Per la nostra famiglia il legame con il Lago di Como rimane molto forte. Mi piacerebbe che questa memoria potesse diventare anche un elemento di continuità, guardando al futuro della navigazione e alla sensibilizzazione ambientale.

Forse già le celebrazioni voltiane del 2027 potrebbero offrire l’occasione per costruire un ponte tra la grande storia motonautica del lago e le nuove tecnologie elettriche. Ma la mia speranza è vedere presto sul lago di Como anche una Centomiglia del Lario elettrica.

Sarebbe un modo molto bello di continuare quella storia.

Perché, in fondo, il tratto che Marco riconosce ancora oggi nel fratello attraversa tutta questa vicenda: immaginare qualcosa, crederci e trovare il modo di realizzarlo.

E nel 1986, davanti alla sua famiglia, alla sua città e agli uomini che conoscevano meglio di chiunque altro la difficoltà di quelle acque, Stefano Casiraghi aveva trovato il luogo perfetto per dimostrarlo: la Centomiglia del Lario.

Paolo Beretta

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Credits

Foto Cinquecentomiglia del Lario:
Luca Crotti, Giuseppe Pinna, Roberto Regazzoni, Luka Spini

Foto Vela, Motonautica, Eventi:
Winston Partners

Disegno dei tre guidoni:
Giuliano Collina

Foto Storiche:
Estratte della pubblicazione: “75° Yacht Club Como M.I.La. C.V.C. – Enzo Pifferi Editore