Mario Brenna racconta Stefano Casiraghi

Il fotografo delle immagini impossibili ricorda l’amico, il pilota ed il campione di vita

Intervista a cura di Paolo Beretta

Mario Brenna ha attraversato quasi cinquant’anni di fotogiornalismo internazionale restando, per scelta, più spesso dietro l’obiettivo che davanti ai riflettori. Nato professionalmente nella cronaca e cresciuto tra Milano, Como e Montecarlo, ha lavorato per grandi testate europee, nel mondo della moda e dell’alta società mediterranea, fotografando famiglie reali e protagonisti dello spettacolo, dello sport e della cultura. Il pubblico internazionale lega il suo nome soprattutto alle immagini di Lady Diana e Dodi al-Fayed scattate il 3 agosto 1997 tra la Sardegna e la Corsica: il bacio a bordo del Jonikal, yacht costruito dai cantieri Codecasa, divenne uno degli scoop fotografici più celebri del Novecento. Brenna ha sempre respinto la ricostruzione secondo cui sarebbe stato incaricato da Mohamed al-Fayed: racconta di avere individuato la coppia durante una ricerca condotta personalmente, prima dal gommone e poi da terra, dopo aver raggiunto e scalato Capo Sperone.

Quell’immagine, tornata al centro dell’attenzione con la sesta stagione di The Crown, è soltanto uno dei vertici di una carriera costruita sull’attesa, sull’intuito e sulla capacità di trovare “la fotografia quasi impossibile”. Ma, quando Brenna parla di Stefano Casiraghi, la dimensione professionale lascia spazio a qualcosa di più profondo. Per sette anni ne fu fotografo, collaboratore, uomo di fiducia e soprattutto amico. Lo seguì nell’offshore e nella vita pubblica, sulle barche, nei cantieri e a Montecarlo. In questa lunga testimonianza, raccolta in occasione del quarantennale della vittoria di Casiraghi alla Centomiglia del Lario del 1986, Brenna restituisce la figura di un uomo che rifiuta l’etichetta del “principino”: un vero pilota, un imprenditore intuitivo, un padre innamorato della famiglia e, nelle sue parole, “un campione di vita”.

Il primo incontro

Come vi siete conosciuti?

È un dovere e un onore parlare di Stefano, dopo i sette anni che abbiamo vissuto particolarmente insieme, nell’epoca della Centomiglia e dell’offshore. Anni fa avrei voluto realizzare un libro in suo ricordo, perché la vita di questo ragazzo deve essere raccontata: quello che ha fatto nello sport, nell’imprenditoria e nella famiglia. In tutto ciò che ha affrontato ha cercato di arrivare ai massimi livelli. Io gli devo molto. Mi ha appoggiato, mi ha portato a Montecarlo, mi ha aperto porte molto particolari e non semplici da aprire. Per me il suo ricordo è sempre vivo.

L’ho incontrato a Como, alla Ca’ Franca, dove lavoravo come barista. Era ancora minorenne: si era “imboscato” in occasione di una pomeridiana studentesca. Aveva una Vespa Primavera; quella sera pioveva e doveva tornare a casa. Una mia cara amica mi chiese di accompagnarlo e lo portai fino a Villa Le Cicogne, a Fino Mornasco. Da lì nacquero una conoscenza e una simpatia.

Dopo il militare, quando iniziai a lavorare professionalmente come fotografo, lo ritrovai durante alcune sfilate organizzate a Como. Lui partecipava come modello e io fotografavo gli eventi. Il rapporto diventò più importante: Stefano era molto appassionato di fotografia, veniva a trovarmi e tra noi c’era un feeling naturale. Aveva tre anni meno di me, ma era già molto più maturo della sua età.

Da Como a Montecarlo

Quando il rapporto divenne anche professionale?

Ci ritrovammo quando iniziò la sua storia con la principessa Caroline, nel 1983. Mi convocò a Monaco e mi disse: “Mario, se ti comporti bene, sei corretto, serio e professionale, con me hai venti o trent’anni di lavoro assicurato”. Quell’epoca meravigliosa durò soltanto sette anni, ma mi diede la possibilità di vivere esperienze inimmaginabili per un ragazzo nato a Trecallo: viaggi in tutto il mondo, aerei privati, automobili straordinarie, ambienti nei quali non era semplice entrare.

Non era il privilegio in sé ad affascinarmi. Stefano era davvero una persona speciale: sensibile, intelligente, precisissima. Era una spugna, assorbiva informazioni e comportamenti, soprattutto quelli positivi, e li interpretava. Aveva ricevuto dai genitori un’educazione meravigliosa. Era corretto, forte, dotato di un gusto e di un’etica fuori dal comune. Lo vedevi, alto, biondo, semplice e tranquillo, e potevi non immaginare quanta energia e quanto cervello ci fossero dietro quella calma.

Da ragazzo era bellissimo, un po’ come Björn Borg, con i capelli lunghi e biondi. Aveva uno sguardo leggermente triste che incuriosiva, ma ciò che colpiva davvero chi lo conosceva era la qualità della persona. Era cresciuto frequentando anche amici più grandi e sapeva imparare. Non era mai superficiale.

Non un principino ma un pilota

Nel mondo delle corse veniva giudicato per il suo cognome?

Quando iniziò a correre in offshore, sentivo spesso commenti del tipo: “Il principino”. Come se bastasse essere il marito di Caroline per vincere. Ma alla Centomiglia la barca la guidava lui. Puoi avere uno dei mezzi più veloci e prestigiosi, ma poi devi portarlo a quella velocità e stare davanti a gente come Tullio Abbate, Renato Molinari o Bodega. Non era affatto semplice.

Tutto il mondo dell’offshore lo ammirava e gli voleva bene: i meccanici, gli ingegneri, gli altri piloti. Avevano capito che non era il classico imprenditore ricco che sale a bordo e si fa portare da un professionista. Aveva iniziato con Tullio Abbate, il suo primo vero maestro, prima su un catamarano e poi su un monocarena. Quando comprese che il mare richiedeva competenze diverse dalla velocità pura, volle accanto a sé persone esperte e imparò da loro. All’inizio stette al volante, osservò il lavoro alle manette e “rubò” ogni segreto possibile. Poi passò alle manette e arrivarono i risultati.

In offshore chi sta alle manette è il vero pilota: controlla la potenza e i trim, legge le onde, decide quando alleggerire la barca, quando farla entrare e quando farla uscire. Chi tiene il volante segue la direzione; a bordo c’è anche il meccanico, perché sono gare lunghe e un guasto riparabile può costarti mezz’ora. Stefano gestiva manette e trim: la barca la conduceva lui. Per farlo servono sensibilità, esperienza e fiducia assoluta tra le persone dell’equipaggio.

La scuola di Tullio Abbate

Che rapporto aveva con il cantiere e con i tecnici?

Stefano non vedeva l’ora di stare in mezzo ai meccanici. Quando arrivava sul lago rimaneva in cantiere, poi andavamo a mangiare in trattoria. Voleva capire i motori e ogni dettaglio della barca. Era appassionatissimo e portato. Suggeriva modifiche, osservava soluzioni adottate altrove, consigliava Tullio anche sul design degli scafi. Aveva gusto e capacità di visione.

Ricordo la primavera del 1984. Aveva ordinato ad Abbate un offshore da turismo di trentasei piedi, con bagno e letto, da regalare a Caroline. Uscimmo da Montecarlo per provarlo. C’era un po’ di mare e passò un Cigarette americano che ci provocò. In Stefano si accese immediatamente la parte competitiva: cominciò una gara davanti al Museo Oceanografico. Io ero aggrappato dove potevo e lo sportello del bagno sbatteva; per restare davanti fece danni per qualche milione. Quella fu, per modo di dire, la mia prima avventura in barca con lui.

Tullio riconobbe subito la sua sensibilità. Dopo quasi tre anni dalle prime uscite, quando Stefano migliorò il record sul chilometro lanciato, lo guardò e gli disse: “Sei diventato bravo”. Fu anche lui a convincerlo che poteva disputare la Centomiglia e ottenere un buon risultato, purché pensasse prima di tutto alla sicurezza. Stefano accettò la sfida.

La Centomiglia del 1986

Che cosa rappresentò quella vittoria?

La Centomiglia era una gara che Stefano aveva visto e vissuto fin da ragazzo. Credo che alla vigilia anche un piazzamento fra i primi tre o cinque sarebbe stato considerato un successo. Lui decise di provarci con una barca che andava molto forte. E la vinse.

Di quel giorno ricordo soprattutto un’immagine. I suoi genitori, Giancarlo e Fernanda, non erano mai venuti a una sua gara. Prima della partenza Stefano si fece fotografare sul molo insieme a loro, con la tuta da gara. Quelle fotografie fecero il giro delle testate. Poi arrivò la vittoria e ricordo la felicità della premiazione. Anche Tullio, pur essendo un avversario e avendo avuto un problema in gara, era felice: era stato lui a scoprirne il talento.

Per Stefano vincere davanti ai genitori aveva un valore immenso. Era riservatissimo e non lasciava facilmente trasparire le emozioni in pubblico, ma dentro di sé doveva essere travolto dalla gioia. Aveva conquistato la gara del suo lago, quella osservata da ragazzo, guidando davvero. La Centomiglia fu una medaglia al valore.

Non fu un episodio isolato. Vinse gare importanti come la Venezia – Montecarlo, la Viareggio-Bastia-Viareggio e la Cowes-Torquay-Cowes, oltre ad altre prove internazionali; nel 1989 conquistò ad Atlantic City il titolo mondiale offshore. C’era un mare terribile e lui stette davanti agli americani a casa loro. In pochi anni ottenne dodici vittorie in ottanta gare: risultati che non si costruiscono con il nome o con il denaro”.

La sensibilità della guida

Qual era la sua qualità principale sull’acqua?

Aveva una sensibilità innata con tutti i mezzi. L’aveva dimostrata anche sulle quattro ruote e nelle esperienze nei rally, ma sulle barche era evidente. Ho seguito per sei anni e mezzo quasi tutte le gare da un elicottero. Vedere quegli offshore volare a pelo d’acqua a 150 o 170 chilometri orari fa capire quanto sia difficile condurli. Non basta spingere: bisogna leggere il mare.

Sul piatto portava il catamarano alla massima velocità possibile. Con mare formato, la precisione maturata sul monocarena gli permetteva di sfruttare le onde, entrare e uscire, passare da una cresta all’altra. Per vincere serve anche che tutto funzioni quel giorno: basta un problema al motore, un’elica o un detrito per fermare il migliore. Ma la capacità del pilota rimane, e a Stefano era riconosciuta da tutti.

La sua evoluzione fu graduale. Non nacque pilota di offshore: diventò pilota studiando, ascoltando, allenandosi e mettendo insieme, passo dopo passo, tutte le componenti necessarie. È questo che rende ancora più importante ciò che riuscì a fare.

Il limite del rischio

Pensava di lasciare le corse?

La mattina del 3 ottobre 1990, prima dell’incidente, le visite mediche e il ritardo della gara ci lasciarono un po’ di tempo. Eravamo in un punto dal quale si vedeva l’ingresso del porto di Monaco. Adriano Panatta era uscito a provare un Cougar di alluminio, una barca inglese molto competitiva. Stefano mi disse: “Se continuassi a correre, mi farei costruire quella barca. Però devo occuparmi delle mie aziende. Ho fatto un passo importante e per qualche anno devo seguire i programmi già messi su carta. Poi, se avrò tempo, vorrei occuparmi dell’organizzazione degli eventi e diventare il Bernie Ecclestone dell’offshore”.

Sapeva che quelle sarebbero state fra le sue ultime gare. Era campione del mondo in carica e correva a casa sua: desiderava difendere il titolo e chiudere bene, ma la barca non era all’altezza e il mare si mise contro. L’offshore di quegli anni era pericolosissimo. Mancavano le cellule e i cupolini di sicurezza arrivati in seguito. Il Pinot di Pinot si rovesciò a oltre 150 chilometri orari nelle acque di Saint-Jean-Cap-Ferrat. Patrice Innocenti fu sbalzato e sopravvisse; Stefano rimase sotto lo scafo.

Nessuno avrebbe immaginato una fine simile. Romeo Ferraris, che aveva lavorato sulla barca dopo un problema precedente, mi disse in seguito che, se avesse potuto prevederne le conseguenze, l’avrebbe sabotata pur di non farlo partire. Sono parole nate dal dolore. Stefano aveva compiuto trent’anni da meno di un mese e davanti a sé aveva progetti enormi.

Imprenditore e uomo di famiglia

Le corse erano soltanto una parte della sua vita?

Stefano fu un campione in tutto. Aveva sposato Caroline, la donna più desiderata del mondo, ed erano innamoratissimi. Costruì con lei una famiglia meravigliosa e per lui i figli erano tutto. Era un tradizionalista nel senso più bello: appena poteva, stava con loro. Riversava sui figli tutto l’affetto che nella propria giovinezza, con genitori molto impegnati nel lavoro, aveva forse ricevuto con maggiore misura.

Era anche un imprenditore geniale. A Montecarlo lavorò su progetti immobiliari e infrastrutturali importanti, dai parcheggi del Casinò e del Café de Paris a edifici concepiti con una visione allora futuristica. Aveva conquistato la fiducia del principe Ranieri, che non gliela concesse immediatamente: per tre o quattro anni lo osservò e volle capire se dietro il giovane marito di Caroline ci fosse un imprenditore vero. Quando Stefano ebbe la possibilità di agire, realizzò in pochissimo tempo cose che pochi sarebbero stati in grado di fare.

Aveva nella testa molti altri progetti, fra cui un fondo lussemburghese con alcuni amici. Non riesco a immaginare che cosa avrebbe potuto costruire nei trentasei anni successivi. Probabilmente avrebbe anticipato di decenni alcune trasformazioni di Monaco. Aveva capacità di ascolto e il dono di vedere l’uovo di Colombo che agli altri sfuggiva. Il suo padrino Marco Balestieri mi raccontò di una riunione tra imprenditori del tessile comasco: nessuno trovava la soluzione a un problema. Stefano, poco più che ventenne, ascoltò in silenzio, chiese la parola e sciolse la matassa con un’idea semplicissima. Gli altri domandarono: “Ma questo ragazzo chi è?”.

Una linea morale

Che rapporto aveva con l’immagine pubblica?

Era attentissimo. Mi chiedeva di far uscire sui giornali tutto ciò che riguardava l’offshore, perché la documentazione della visibilità ottenuta aumentava il valore delle sponsorizzazioni. Io seguivo la sua immagine sportiva per questo. Ma sulle fotografie private e familiari il confine era netto.

Una volta gli proposi un servizio con Caroline e i bambini, spiegandogli che parte dei compensi avrebbe potuto essere destinata in beneficenza, come accadeva in altre occasioni. Mi rispose: “Mario, se pensassi di guadagnare anche una sola lira sulle fotografie della mia famiglia o dei miei figli, la mattina mi sputerei allo specchio mentre mi faccio la barba”. Era fatto così: giusto, diretto, chiarissimo.

Io ero una delle persone di cui si fidava, insieme a TonI Barca, l’autista. Poteva chiedermi di tutto: seguire gli sponsor, occuparmi per alcuni mesi della Power Boat, trasportare materiali, andare a Parigi a cercare tubazioni e raccordi aeronautici più resistenti al fuoco per migliorare la sicurezza delle barche. Mi dava direttive precise e poi grande libertà. Se mi affidava sei compiti e ne svolgevo perfettamente cinque e mezzo, si concentrava sulla metà sbagliata: la precisione per lui era normale, non un merito straordinario.

Allo stesso tempo non sapeva portare rancore. Se qualcuno gli faceva un torto, io reagivo e gli dicevo che non poteva lasciar correre. Lui rispondeva: “Non porto rancore. Peggio per chi si è comportato male. Se un giorno si scuserà o cambierà, forse gli darò un’altra opportunità”. Anche questo era Stefano.

Fratello maggiore e fratello minore

Che cosa era per lei, oltre al lavoro?

Non ho mai avuto un fratello. In certi momenti Stefano, pur essendo più giovane, era il mio fratello maggiore: mi insegnava, mi mostrava come ci si comporta, come ci si veste, come si affronta un problema. Non ho più avuto da nessuno lo stesso tipo di insegnamento, benché abbia lavorato con moltissime persone importanti.

In altri momenti era il fratello minore. Viveva circondato da persone che lo adulavano e non sempre sapeva di chi fidarsi. Veniva da me e domandava: “Mario, secondo te?”. Io gli dicevo ciò che pensavo davvero, anche ciò che gli altri non avevano il coraggio di dire. Poi decideva lui. Era un rapporto vero: in sette anni abbiamo avuto pochissimi screzi e li abbiamo sempre affrontati direttamente.

Gli dissi una volta che ero suo amico per scelta. Avevo letto un romanzo sui cowboy che lavoravano per un ranch e portavano il suo marchio: per quel ranch avrebbero fatto di tutto. Ecco, io ero così con Stefano, per quello che aveva dato a me e alla mia famiglia. Eravamo due comaschi cresciuti qui: io l’avevo conosciuto ragazzo, sotto la pioggia, e anni dopo mi trovavo accanto a lui a Montecarlo e in giro per il mondo.

Il fotografo delle immagini impossibili

In che modo quell’incontro cambiò la sua carriera?

Quando conobbi Stefano ero già un fotografo avviato. Nel 1983 e nel 1984 lavoravo in Rai a Fantastico ed ero tra i pochi ammessi sul set con Raffaella Carrà, Gigi Proietti e Beppe Grillo. Venivo dal fotogiornalismo: sono conosciuto anche come paparazzo, ma il paparazzo è una componente del fotogiornalismo. Bisogna saper fare tutto con una macchina fotografica.

Sono partito dalle fototessere e dall’Instamatic. Per anni lavoravo la notte: andavo alle prime teatrali a Milano, seguivo i personaggi nei pochi ristoranti frequentati dal jet set, rientravo a Trecallo, montavo l’ingranditore in cucina, sviluppavo e stampavo in bianco e nero. Alle cinque o alle sei ripartivo per consegnare le fotografie all’agente o direttamente ai giornali. Ho imparato osservando grandi professionisti francesi, tedeschi e inglesi. Rubavo un pezzo di tecnica da ciascuno e ci mettevo l’estro italiano.

Stefano mi fece cambiare marcia. Attraverso Monaco iniziai a collaborare con testate come ¡Hola!, Bunte e Paris Match. Imparai che ogni mercato editoriale ha un linguaggio diverso: per la Spagna servivano trenta immagini, per il mondo anglosassone magari quindici, per la Francia e la Germania selezioni ancora diverse. Mi specializzai nel costruire reportage completi e nel realizzare fotografie quasi impossibili, spesso con il teleobiettivo, aspettando a lungo ciò che l’occhio nudo quasi non vede.

La mia caratteristica è sempre stata ottenere in pochi minuti ciò per cui altri impiegano ore, oppure attendere quanto serve per una sola immagine autentica. Ho lavorato per decenni nei luoghi più belli del mondo, spesso da freelance e nell’ombra. Quello che conta è la libertà, insieme alla salute. Se fai davvero il lavoro che ami, è vero che non lavori mai; ma dietro una fotografia ci sono anche sacrifici, attese, notti, chilometri e solitudine che il lettore non vedrà.

La fotografia di Lady Diana

Tra quelle immagini impossibili c’è il bacio tra Diana e Dodi?

Quello fu uno dei vertici della mia carriera. Il 3 agosto 1997 ero in Sardegna, dove lavoravo da molti anni. Riconobbi la situazione, seguii lo yacht con il mio gommone e aspettai per giorni. Quella mattina il mare era piatto: una condizione quasi irripetibile per inseguire un’imbarcazione di sessanta metri tra Sardegna e Corsica. A un certo punto lasciai il gommone e raggiunsi una posizione a terra. Da lì realizzai le fotografie di Diana e Dodi, felici e innamorati.

Non fui mandato da Mohamed al-Fayed e non ricevetti indicazioni da lui. Le ricostruzioni che raccontano questo sono false. Ero un professionista esperto di quei luoghi, avevo intuito che lì poteva esserci una storia e feci il mio lavoro. Vendetti le immagini prima a Parigi, contemporaneamente in Spagna e a Milano, poi a Londra. Il Sunday Mirror pubblicò “The Kiss” il 10 agosto e quelle fotografie fecero il giro del mondo.

Un mese dopo Diana e Dodi morirono a Parigi. Avevo due figli piccoli e fui colpito profondamente. Mi cercarono da tutto il mondo e mi offrirono denaro per raccontare ciò che avevo visto, ma rifiutai. Avevo guadagnato grazie a immagini vere e felici di una relazione; non volevo guadagnare sulla tragedia. Mi promisi che avrei parlato quando William e Harry fossero diventati adulti. Forse aspettai troppo, perché nel frattempo furono raccontate molte falsità. Anche The Crown ha ricostruito quella vicenda in un modo nel quale non mi riconosco.

La fotografia può cambiare la vita di chi la scatta e di chi viene fotografato. Per questo ho sempre cercato di non produrre immagini che aggiungessero dolore al dolore. Nel 1978, durante il servizio militare, dovetti fotografare una commemorazione funebre per un paracadutista morto. Non lo conoscevo, ma mi trovai immerso nella sofferenza della sua famiglia e mi promisi che avrei lavorato sul colore, sulla vita, sulle storie, evitando la tragedia ogni volta che fosse possibile.

Le immagini che fanno rivivere

Come ha custodito la memoria di Stefano?

Nel 2010 mamma Fernanda mi chiese di organizzare una mostra a Fino Mornasco. Il Comune mise a disposizione gli spazi e io costruii una parete per ogni anno della nostra storia: sette anni di fotografie, più una parte precedente con le immagini di Stefano ragazzo e modello. Per prepararla mi fermai per sei mesi, coinvolsi mia figlia e una collaboratrice, selezionai e digitalizzai l’archivio.

Quando Fernanda visitò la mostra con la nipote, arrivò alla fine del percorso e si commosse. Mi avvicinai preoccupato. Lei mi disse: “Mario, mi hai fatto rivivere Stefano”. Per me fu una delle gioie più grandi. In cinquant’anni mi hanno proposto molte mostre e molti libri, ma quella è l’unica per la quale mi sono fermato tanto a lungo. L’ho fatto per lui.

Conservo fotografie che non ho mai ceduto. La mattina della sua ultima gara gli feci alcuni primi piani: indossava un giubbino di renna, era bello e sereno. Caroline scelse una di quelle immagini per il cartoncino di ringraziamento inviato dopo le condoglianze. Non l’ho mai distribuita. Ho anche immagini tenere, come un bacio tra Stefano e Caroline con la piccola Charlotte in braccio che li guarda. Sono frammenti di una famiglia, prima ancora che documenti pubblici.

Per carattere non penso quasi mai alle fotografie già fatte: la sera penso a quello che dovrò realizzare il giorno dopo. Ma quando torno a quelle immagini capisco che un archivio può restituire una persona, non soltanto conservarne il volto.

Un campione di vita

Che cosa dovrebbe restare oggi di Stefano Casiraghi?

Vorrei che Monaco, Como e il mondo della motonautica lo ricordassero non soltanto come campione del mondo offshore, ma come campione di vita. Era un uomo che in appena sette anni contribuì alla sua famiglia, allo sport, all’impresa e al Principato con una maturità straordinaria. Il principe Ranieri disse di avere perso un altro figlio. Anche con il principe Alberto aveva costruito un rapporto bellissimo, perché Stefano era complementare alla famiglia e ne difendeva gli interessi con intelligenza e lealtà.

Mi auguro che Andrea, Charlotte e Pierre possano ritrovare sempre di più la grandezza del loro padre. Erano bambini quando lo persero. Stefano avrebbe dato loro tutto: affetto, tempo, esempi. Ricordo quando Caroline aveva iscritto Andrea a violino e lui scherzava: “Io vorrei portarlo con me in mezzo ai motori e lei lo manda al corso di violino”. Ridevamo. Era una scena normalissima, ed è proprio questo il punto: Stefano era un uomo straordinario capace di restare normale.

Quando morì, un suo carissimo amico mi disse: “Si è chiusa un’epoca”. Era vero. Si chiuse un mondo di viaggi, progetti, corse, amicizie e opportunità che ruotava attorno a una persona capace di esserne il centro senza bisogno di imporsi. Era il capo anche per uomini con vent’anni più di lui, perché ascoltava tutti e spesso aveva l’idea decisiva.

Per me quel rapporto non è mai finito. Nei momenti difficili della vita ho continuato a parlare con lui e, in qualche modo, a chiedergli consiglio. Stefano è stata la persona che più di ogni altra mi ha fatto cambiare marcia. Mi ha insegnato a essere preciso, a non dimenticare le origini, a scegliere la lealtà e a guardare avanti. Se oggi accetto di raccontare tutto questo, lo faccio soltanto per lui.

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Credits

Foto Cinquecentomiglia del Lario:
Luca Crotti, Giuseppe Pinna, Roberto Regazzoni, Luka Spini

Foto Vela, Motonautica, Eventi:
Winston Partners

Disegno dei tre guidoni:
Giuliano Collina

Foto Storiche:
Estratte della pubblicazione: “75° Yacht Club Como M.I.La. C.V.C. – Enzo Pifferi Editore